(Convegno 2017) I DATI E LA CONOSCENZA TECNICA NEL PROCESSO Relatore: ing. Luigi Cipriani

By 6 Aprile 2017Varie

I DATI E LA CONOSCENZA TECNICA NEL PROCESSO

                                         Relatore: ing. Luigi Cipriani

Cari colleghi riprendiamo l’argomento da dove ci eravamo fermati a gennaio dello scorso anno ritornando cioè a parlare della figura del consulente in sede giudiziaria e principalmente in sede penale, attraverso la presenza processuale e la percezione del ruolo e dell’incidenza che le nostre valutazioni tecniche hanno sul processo e sulla decisione finale.

Ci troviamo ad operare nel processo e quasi sempre, se non sempre, quando si parla di elementi di prova sembra di entrare in un mondo “a noi precluso” del quale debbono conoscere e possono parlare solamente i giuristi.

Non credo sia così, non perché ci dobbiamo sostituire ai giudici e agli avvocati, anzi, ma perché da una conoscenza del tema si possono evitare errori fornendo elementi utili ed utilizzabili nel contesto processuale.

 

Sottolineo che utili ed utilizzabili non sono sinonimi, infatti potremmo trovarci nella condizione di avere elementi utili per la ricostruzione ma processualmente non utilizzabili, oppure elementi utilizzabili processualmente ma non utili per la ricostruzione sotto il profilo tecnico; e chi meglio dell’analista ricostruttore può valutare questo secondo aspetto?

 

E’ pur vero che gli elementi di prova e la qualità degli stessi sotto il profilo processuale vengono vagliati dal Magistrato, ma dobbiamo comprendere che il valore tecnico dell’elemento probatorio viene in buona parte (sempre sub judice) valutato dal tecnico e quindi l’impianto ricostruttivo che ne segue si basa su queste preliminari valutazioni che non sono quasi mai di carattere dimostrativo, ma sono di tipo argomentativo, cioè gli elementi vengono esaminati attraverso processi logici/conoscitivi finalizzati ad individuare la migliore soluzione e questa analisi deve tenere sempre a mente la richiesta di vaglio tipica del processo e cioè:

in sede penale: la valutazione del fatto soggiace alla regolare di tenuta “oltre ogni ragionevole dubbio”;

in sede civile: una valutazione “più probabile che non”.

Già qui ci troviamo di fronte ad una differente posizione processuale dell’elemento di prova, il tutto sulla logica del fatto che nel processo penale si interviene su diritti fondamentali dell’uomo (quali la libertà) e da qui il tutto si articola con una presunzione di innocenza fino a prova contraria (quindi è l’accusa che deve offrire un impianto ricostruttivo che sia “oltre ogni ragionevole dubbio” e che porti alla richiesta di rinvio a giudizio), mentre in sede civile si parte da un presunzione di responsabilità (ex art. 2054 cc), quindi dalla necessità di garantire un bilanciamento tra le parti nel processo.

Ora possiamo ben capire, credo senza difficoltà, l’importanza che assume il nostro ruolo quando devono essere valutati gli elementi di prova sotto il profilo tecnico e quali sono gli accorgimenti valutativi che dobbiamo aver presenti nel momento in cui ci accingiamo ad esaminarli per metterci nelle condizioni di poter operare la ricostruzione di un evento, di un fatto.

In questo difficile regime trova la sua massima espressione il contraddittorio, il contraddittorio sostanziale e non solamente formale con il rispetto di alcune regole di trasmissione/comunicazione/convocazione, non perché queste non siano importanti, anzi lo sono perché attraverso la forma si può regolare la buona riuscita di un “giusto processo”, ma perché attraverso un confronto aperto e concreto tra C.T. del P.M. e C.T. di parte e/o Periti possiamo aspirare ad affinare il processo conoscitivo necessario per arrivare ad una sentenza adeguata.

La conoscenza processuale avviene anche attraverso i contributi che le parti, i legali e i loro consulenti portano al processo e/o alle fasi di indagine e non ha dignità maggiore una consulenza fatta per il P.M. o per il Magistrato rispetto ad una consulenza di parte.

Questa premessa perché credo che nel rispetto del diritto/dovere di una adeguata valutazione, soprattutto a seguito della riforma del C.P. in ordine all’omicidio stradale con le conosciute modifiche sul piano della pena, si debba orientarsi in fase di indagine verso accertamenti ex articolo 360 c.p.c. con il contraddittorio delle parti, possibilmente mettendo sotto sequestro i veicoli, con un contraddittorio vero e non solo formale, quindi anche con la possibilità di esaminare da parte di tutti i soggetti quantomeno gli atti urgenti ed irripetibili (fotografie scattate sulla scena, rilievi della scena dell’evento).

L’integralità della prova può essere di fatto garantita solo attraverso il sequestro dei veicoli e l’esame degli stessi prima del dissequestro, in un contesto di contraddittorio, con la possibilità per le parti di poter contraddire in ordine all’esame tecnico degli elementi che poi porteranno al convincimento del P.M. o del Giudice. Peraltro credo che un esame tecnico in sede di indagine a seguito di sinistro stradale condotta con un contraddittorio sostanziale possa instradare meglio il procedimento e determinarne anche in molti casi una durata minore.

Per quanto attiene agli accertamenti e alla ripetibilità degli stessi si deve osservare che una volta dissequestrati i veicoli ritornano nella disponibilità dei proprietari che ne possono disporre come meglio credono, ma anche venissero successivamente conservati la prova sarebbe ancora integra fuori dalla condizione di sequestro subitanea all’evento? Sappiano bene come lo stesso danno fotografato da una angolazione piuttosto che da un’altra può dare una rappresentazione diversa. E’ sufficiente quindi poter vedere le fotografie dei danni?

Certo se ci sono solo quelle non abbiamo alternative, ma con un procedimento virtuoso che consenta la visione dei veicoli creeremmo fin dall’origine una condizione sicuramente più favorevole per la ricostruzione dell’evento.

E qui l’importanza di comprendere anche per le parti che l’intervento di un consulente specializzato fin dall’inizio fa la differenza, sicuramente aiuta a comprendere in che direzione muoversi e quali possono essere i limiti di una difesa.

Ritengo quindi ci troviamo di fronte alla necessità di un’operatività congiunta fin dall’inizio tra giurista e consulente, talune volte coadiuvata da altri specialisti (il più classico dei casi è quello con il medico legale, ma non solo).

Abbiamo già detto che sulla valutazione dei mezzi di prova interviene il Magistrato, ma sulla valutazione tecnica della qualità della prova nel contesto chi interviene se non il consulente? E può il consulente operare una valutazione disancorata dai canoni processuali?

La ricostruzione dell’evento che siamo chiamati a fare non è un esercizio scolastico ma è l’analisi di un caso reale, con effetti reali, quindi non è sufficiente che la nostra ricostruzione sia “corretta” sotto l’aspetto formale ma deve fornire una adeguato grado di certezza in funzione del processo nel quale stiamo operando.

Sotto l’aspetto qualitativo come valutare il grado di certezza e in primis che cosa è la certezza?

La certezza può essere vista come il grado di adesione alla conoscenza di un fatto o di un dato e se volessimo esprime il grado di certezza sotto l’aspetto tecnico potremmo vederlo come il rapporto tra:

         

 

ricostruzione dell’evento che si sta operando / la ricostruzione ideale dell’evento, ovvero la ricostruzione che dispone di tutti i dati necessari ed indispensabili con la necessaria qualità

 

 

dove se ponessimo la ricostruzione ideale pari a 100 (denominatore) e la ricostruzione in concreto la valutassimo in decimi (numeratore) il risultato sarebbe una percentuale.

Il rapporto sopra indicato deve essere inteso come una analisi tecnica della vicenda, ma una indagine complessiva dell’evento tiene conto anche di molti fattori dei quali non sempre come tecnici veniamo interessati come ad esempio le prove testimoniali.

Sulle prove testimoniali vorrei aprire una breve paretesi: è pur vero che i testi devono essere valutati dal Magistrati ma l’aspetto tecnico di quanto riferito dal teste può essere esaminato dal ricostruttore approfondendo se l’indicazione fornita possa essere, o meno, congruente con i dati tecnici disponibili; laddove non si possano scartare diverse indicazioni riferite da testi e tra esse contrastanti si dovrebbero sviluppare più quadri da sottoporre al Giudice che poi dovrà valutare, se possibile, quale processualmente sia quello più adeguato.

Ritornando al grado di conoscenza per il ricostruttore il primo passaggio è quello di valutare la qualità della ricostruzione sotto il profilo tecnico e questo avviene attraverso un vaglio dei dati tecnici e cioè se gli elementi disponibili ed analizzati siano adeguati e sufficienti a fornire quella base di appoggio per poi sviluppare l’impianto ricostruttivo all’interno del perimetro processuale, cioè che tengano conto di quel setaccio processuale indispensabile per fornire una valutazione convincente tipica del processo.

A me piace definire questo operazione con un esame all’interno del perimetro processuale perché ci fa capire, anche visivamente, che ci stiamo muovendo in un’area ben definita e che non è così semplice poterne uscire senza creare dei contraccolpi al procedimento che poi magari difficilmente vengono sanati.

La ricostruzione di un incidente stradale può essere vista come la risoluzione di un problema e come tale, in linea generale, assumerebbe una definizione ampia del seguente tenore:

“Problema: In matematica e in altre scienze, domanda con cui si chiede di trovare, sulla base di dati noti ed enunciati, dati non noti, logicamente deducibili dai primi: …omissis… questione su cui si ragiona, di cui si cerca la soluzione…” (dizionario Corriere delle sera) e in fin dei conti il lavoro che ci troviamo a sviluppare è proprio questo: attraverso dati noti, dei quali si deve valutare la rilevanza e l’attendibilità, attraverso percorsi logici e con l’applicazione di principi e conoscenza scientifiche, arriviamo a fornire la ricostruzione dell’evento sotto l’aspetto tecnico.

Come possiamo vedere anche nella soluzione dei problemi matematici viene dato una grande rilievo all’aspetto della logica, processo conoscitivo che viene poi richiesto con forza nelle sentenze.

Quindi la ricostruzione di un incidente stradale non è l’applicazione di semplici regole e/o algoritmi, ma una valutazione molto più approfondita e articolata, esame che talune volte può anche risultare più snello di quanto si possa in prima istanza immaginare, questo si verifica ad esempio nel caso in cui i dati dei quali disponiamo siano talmente scarsi da non poter fornire un risultato adeguato, o meglio possano fornire solamente una serie di indicazioni ma come tali devono essere intese e rappresentate.

E qui arriviamo ad un tema importantissimo che è quello della rappresentazione del livello di conoscenza tecnica che può raggiungere la consulenza elemento fondamentale quando si lavora per gli inquirenti e/o il giudicante; quando si lavora per una delle parti non si possano diversamente interpretare i dati ma, proprio in seno all’incarico conferito, si può avere l’interesse processuale ad evidenziare alcuni elementi piuttosto che altri, questo ovviamente nel rispetto della conoscenza tecnica.

Ecco quindi che dobbiamo calibrare il testo della relazione che predisponiamo, relazione che deve autosostenersi in tutte le sue parti anche se non ci siamo noi a difenderla, oppure ad esporla, e questo avviene tanto più riusciamo a descrivere l’impianto logico e argomentativo che è alla base delle nostro lavoro con un orientamento finalizzato a far comprendere il tutto a soggetti che non sono tecnici; una scrittura/esposizione ipertecnica sottrae di fatto al lettore non tecnico la possibilità di comprendere e questo può portare ad un possibile duplice ed opposto risultato: o si aderisce “a prescindere” all’elaborato, oppure non lo si tiene in considerazione cercando la soluzione processuale attraverso altre percorsi così da poter costruire una sentenza e/o una difesa “comprensibile” sotto l’aspetto processuale.

Talune volte ci si aspetta che il consulente abbia capacità divinatorie, cioè che in mancanza di dati possa comunque fornire una ricostruzione adeguata di un evento; il problema è che qualche volta una sorta di capacità divinatoria ce la riconosciamo anche noi superando situazione che di per sé non sarebbero superabili sotto l’spetto tecnico.

Fornire a magistrati e avvocati corrette informazioni sulle nostre reali possibilità di conoscenza dell’evento ritengo possa darci maggiore credibilità ed in qualche misura andrebbe ad intaccare anche chi opera ricostruzioni apodittiche prive di un reale supporto di dati oggettivi.

Noi per primi dobbiamo prendere le difese di ciò che effettivamente si può conoscere sotto l’aspetto tecnico offrendo un servizio al mondo della giustizia che sia inquadrato nel campo delle effettive necessità.

Tutto questo però può avvenire solo se i due mondi si avvicinano e iniziano a scambiarsi informazioni, punti di vista, soluzioni a problematiche attraverso una visione integrata, quindi con un avvicinamento di linguaggio senza la reciproca paura di affrontare un mondo che non si conosce; questo può avvenire se in concreto si iniziano ad organizzare incontri e momenti di studio congiunti, non basta certo una disponibilità “in astratto”, dobbiamo lavorare assieme.

E dove possiamo quotidianamente lavorare assieme, quale potrebbe essere uno dei momenti principali dai quali iniziare? Credo possa essere la formulazione del quesito che poi viene sottoposto al consulente (e la sua interpretazione) che bene può rappresentare l’incontro tra i due mondi.

Quesiti “aperti” ci consentono di muoversi più liberamente ma all’interno di questa libertà non è mai certo fin dove si può arrivare, mentre quesiti molto specifici ci dovrebbero obbligare a risposte puntuali talune volte foriere di male interpretazioni del dato tecnico da parte del giurista e che comportano quindi decisioni rivedibili.

Già questo aspetto ci fa capire l’assoluta esigenza di “lavorare assieme”.

Dobbiamo continuare nella strada intrapresa dall’associazione proseguendo quindi nell’attività di ricerca e formazione sotto tutti i profili che la ricostruzione di un evento complesso come un sinistro stradale interseca nel suo sviluppo, affinando il quadro operativo, i diversi piani di lavoro nello sviluppo della consulenza, i livelli di conoscenza dell’evento in termini di risposte ma anche in termini di quesiti da formulare.

Nella nostra operatività quotidiana dobbiamo trasmettere il messaggio che l’attività di analista ricostruttore di sinistri stradali non può essere un “lavoro improvvisato” ma necessità di un elevato grado di preparazione interdisciplinare con una funzione talune volte di raccordo e/o collaborazione con altri professionisti tecnici (es. medici)

 

 

 

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